Il buon assassino

2 giu 2008 di

Esco di rado (ma gioco pure troppo)

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Niko Bellic, il primo slavo a vestire i panni del protagonista in un videogioco, è un uomo che insegue la felicità prima ancora del sogno americano. Abbandonati i virili stereotipi di gangster senza scrupoli, GTA IV racconta di un anima perduta, probabilmente per sempre, che si trascina cercando vendetta tra i rifiuti di una società quantomeno discutibile. Niko non vuole bambini tra i suoi crimini, Niko rispetta il poliziotto che fa solo il suo dovere, Niko non si lancia ad occhi chiusi contro il primo innocente che gli ordinano di freddare. È lui a prendere le decisioni che contano, è lui a stabilire se una vita vale il prezzo che gli stanno offrendo. Niko però, e questo chiariamolo subito, non è affatto un buono tra i cattivi. Rockstar non salva le apparenze con qualche dialogo di facciata, ma racconta di un uomo svuotato dalla guerra che ha smesso di apprezzare il valore della vita, non solo quella degli altri. Quella guerra gli ha portato via gli amici più cari, lo ha privato di una giovinezza felice e lo ha messo faccia a faccia con le peggiori atrocità umane. Ha fatto di lui un uomo che non sognava di essere e che non ha più il tempo per tornare indietro. Perché è proprio quando sei certo di affogare che smetti di nuotare…

“Solo la morte cancella le cose, chi vive non puo’ dimenticare.”

Tutto il gioco, da parte sua, è cambiato per assecondare le nuove potenzialità di un personaggio che non cerca le luci della ribalta. Prima di tutto, ed è una novità per la serie, Niko Bellic non vive per scalare le vette della malavita. Le cento e più missioni del gioco non sono una raccolta di boss piccolo/medio/grandi da spennare per prendere il loro posto. Tutt’altro. Niko continuerà a riempirsi le tasche di denaro fino a non saperne cosa fare, quello sì, ma rimarrà sempre ai margini della mala che conta. Russi, italiani, irlandesi e semplici teste di cazzo non faranno altro che sfruttare le “qualità” di un uomo senza famiglia e senza affetti. Niko raccoglie la spazzatura di un mondo che non ha nessuna voglia di accettarlo davvero. A lui spetta il lavoro sporco, quello con più pericoli, quello senza coperture, quello perfetto per chi non ha paura. E solo i fessi non hanno paura di morire: i fessi e chi è già morto.

“Io sono bravo ad ammazzare perché la morte e’ l’unica cosa che mi e’ rimasta.”

E Niko è morto dentro, lo dice lui stesso. La morte non lo preoccupa perché la vita ha smesso di avere importanza per lui. Ma quando le poche persone a cui vuole bene sono messe in pericolo, esplode il lato sempre nascosto della sua personalità. Dietro l’umorismo da quattro soldi e qualche battuta sprezzante si nasconde un amore fraterno nei confronti del cugino. È rabbioso contro chi osa minacciare la sua famiglia. Già, proprio la famiglia è l’unica ragione capace di scatenare l’ira e la reazione di Niko. Ma una famiglia che nulla ha a che vedere con la forza che ha reso per anni indistruttibile la mafia. Roman, sua madre, sua zia, nessun altro.

“Nessuno tocca la mia famiglia!”

Ma Niko non è l’unico a nascondere una personalità complessa. Chiunque ha qualcosa da raccontare se messo di fronte ad una birra e a un amico. C’è Dwaine, appena uscito di prigione, che scopre di non avere più nulla da difendere. La prigione non l’ha cambiato ma gli ha tolto il potere e lo ha reso un uomo qualsiasi. Troppo poco per chi è abituato agli eccessi. Un malavitoso che ricorda con orrore la morte del padre, il giorno nel quale non provò nulla. C’è Kate e la sua famiglia di rozzi irlandesi. Quattro fratelli tanto diversi ma che hanno condiviso la furia di un padre alcolizzato. Un padre che Kate, e non lo dice chiaramente, non riesce ad odiare davvero. Nonostante la violenza sui fratelli, nonostante le umiliazioni della madre, per lui Kate era la piccola principessa di casa. Ci sono ragazzi sfortunati, donne viziate e pure gli imbecilli: Brucie, palestrato dagli ormoni impazziti, ci ricorda che di coglioni è pieno l’universo.

GTA IV, insomma, non spiega il crimine con problemi d’infanzia ma non trascura le scarse possibilità di un contesto sociale insozzato. Le parole, tra tante diversità, non sono ugualmente importanti per tutti. Tra tante parolacce ed espressioni gergali, è l’uomo in scrivania con bella giacca e cravatta che te lo mette nel culo senza sbagliare i congiuntivi.

“La mafia è diventata un fatto politico. E’ riuscita a rendersi invisibile senza scomparire.” (Tommaso Buscetta)

Eppure, questo macrocosmo di comuni infelicità non vive alla luce del giorno. Rockstar non spiattella le storie intime dei suoi protagonisti attraverso le cutscene del gioco. Lo fa nei dialoghi meno importanti dell’avventura, quelli delle missioni secondarie o delle uscite divertenti con gli amici. I giudizi non sono quindi indotti dal programmatore ma acquisiti dal giocatore che si affeziona o meno solo in base alla sua sensibilità. Lasciarsi coinvolgere cambia completamente persino la struttura ludica della serie. Sentirsi Niko, capirne l’animo travagliato, muta l’atteggiamento di fronte ai pedoni, alle vecchiette e alla prostitute. Essere Niko fa di Liberty City una città e non una raccolta di giocattoli. Vivere Niko comporta delle responsabilità, che lo si voglia o meno.

E se le prime scelte offerte al giocatore sembrano pretestuose e fuori luogo, acquistano valore proprio grazie all’immedesimazione che aumenta missione dopo missione. Se giustiziare qualcuno è facile dopo pochi minuti di gioco, lo stesso non è vero dopo ore di storie, omicidi e complicazioni. Niko trasmette il suo modo di pensare e obbliga a riflessioni che un tempo sarebbero sembrate scontate. Non si diventa buoni, la scelta migliore non è sempre quella che non sparge sangue inutilmente. Niko e il giocatore, però, si ritrovano a valutare i vantaggi o gli svantaggi di una decisione. Smettono di uccidere per il gusto di farlo ma non risparmiano la vita di chi potrebbe essere dannoso per la società o la propria vita. E mentre volti le spalle ad un assassino che ti ha chiesto di risparmiarlo, ti chiedi se quella sia vera giustizia. Perché non lo sai, non lo sai mai.

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