Io voto SI!

2 apr 2008 di

Esco di rado (ma gioco pure troppo)

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Si parlava tra di noi, quando Babel doveva ancora nascere. Prima dei vostri commenti, prima del pezzo di Gatsu del mese scorso, prima dei due goal del Manchester all’Olimpico (immaginatemi felice e con un sorriso compiaciuto per la battuta). Già si discuteva sulla possibilità o meno di votare nel valutare un videogioco. E chi la voleva cotta, chi la voleva cruda, alla fine, ma questa è storia, si decise di non fare a meno delle inevitabili discussioni che la parte indubbiamente più letta delle recensioni ci avrebbe consegnato. Rispondo qui per due motivi: 1) Non ho i vostri numeri di telefono e sarebbe stato difficile, e magari un po’ invadente, raggiungervi tutti senza nemmeno avvisare; 2) Io i voti li voglio.

Per spiegarvi perché, occorre partire dall’inizio di questa infinita discussione. Tutto cominciò al tempo degli antichi romani. Chi non voleva i voti sosteneva che fossero un refuso dei tempi goliardici del videogioco per bambini, mentre gli altri, le cheerleader del numeretto, fingevano di non esistere mischiandosi nel più elitario e altolocato mondo dei detrattori. Nessuno, oggi come allora, dichiara assoluta dipendenza da voto a fondo pagina, ma, allo stesso tempo, i forum impazzano di discussioni più o meno intelligenti sulle percentuali di Famitsu, Edge e sua maestà Gamesranking. Tutti buoni sistemi per escludere gli estremi opposti (una media del 20% non porterà mai, e dico mai, a un capolavoro, magari ad un gioco discreto sì), ma inefficaci se lo scopo è di farsi un’idea precisa su un videogioco.

Il voto è un riassunto, un mezzo efficace e immediato per quantificare un’opinione più complessa. Sto in spiaggia, bello come il sole, mi siedo sul bagnasciuga con due amici altrettanto maschi e lascio sfilare la bontà estiva alzando palette: nove, sette, catorcio. Un po’ cafone, parecchio infantile e superficiale? Sì, perché preso da solo il voto vuol dire poco, è quando si accoppia con le parole che assume una forma più articolata e incisiva. Perché un voto può essere più della matematica somma dei fattori (tette, culo, grafica, pregi, difetti) ma può esprimere godimenti e frustrazioni più personali e intime. Se descrivi Conker, non puoi non parlare del pessimo sistema di controllo, ma lo torturi se non sai quantificare invece le sue qualità. Si può dire lo stesso dei più recenti Assassin’s Creed e Mass Effect, ricchi di magagne quanto di applausi, giochi che meritano di essere giocati più che raccontati. Certo, aggiungi mille caratteri e puoi fare a meno di tutti i numeri del mondo, ma se provi a sfuggire le didascalie hai bisogno di modi diversi per dire le stesse cose.

I voti, questo ci tengo a far capire, non sono tutti uguali. IGN, Gamespot e buona parte della stampa votano con misurini universali, laddove Edge premia l’inventiva e punisce gli scatti. Babel non ha scelto di uniformarsi all’universo delle riviste cartacee quindi, ha piuttosto deciso di lasciare a me, e a quelli che la pensavano come me, una possibilità di comunicazione molto diretta e spicciola capace di veicolare messaggi schietti e poco mascherati.

Il voto è un segnale luminoso. E no, non sto parlando di pubblicità gratuita. Il bello di scrivere per un progetto come Babel è che puoi farlo senza preoccuparti di perdere lettori. Perché il dramma, il problema vero, non sono i voti, ma l’importanza che un pubblico spesso immaturo e partigiano come quello dei videogiocatori riesce a conferire agli stessi.

Probabilmente chi i voti non li digerisce è stufo dell’uniformità a cui la stampa, ma anche le grosse realtà su Internet, ci hanno abituato. Uniformità costretta dalla poca elasticità dei lettori. Se è vero che l’Italia è un popolo di allenatori, infatti, è pure che vero che tutti si sentono in possesso della verità ultima sui videogiochi. Se Gianni osa punire un gioco importante della console di Pinotto, quest’ultimo si sente in dovere di mettere in dubbio la buonafede e l’intelligenza del recensore. Quindi smetterà di comprare la rivista perché a lui i JRPG non lo annoiano affatto, e Gianni finirà a vendere tappeti. In questo clima di contenti e accontentati, quindi, la verità diventa quella della maggioranza e la voce fuori dal coro, sia questa davvero prevenuta o meno, si trasforma sempre in un forzato tentativo di mettersi in mostra. E invece credi davvero che Perfect Dark Zero sia un gioco di merda tra i giudizi esaltati del mondo, ma con le sole parole non riuscirai a salvare abbastanza persone.

Cinema e musica, però, obietterà qualcuno, sopravvivono e fioriscono nonostante la pressoché totale assenza di voti, palle e faccine sorridenti a fine testo. Perché, perché, perché? Ma chi lo dice che, così facendo, la critica cinematografica e musicale ha il pisello più lungo di quella ludica? Non potrebbero essere loro nel torto, a fare a meno dei giudizi scolastici? Magari la critica non avrebbe sputato su Totò se costretta a inquadrarlo in una scala da 1 a 10.

A questo punto, se mi sono ben spiegato, ognuno avrà ancora la sua opinione in merito. Perché è dalla guerra del Peloponneso che le discussioni non servono a cambiare le parti. Magari, però, avrò almeno insinuato il dubbio nella mente di qualcuno che non si vota solo per convenienza, per fare i fighi o per attenersi al protocollo. Si vota per rafforzare un concetto, per esprimerlo in modo feroce o per spiegare, a fine recensione, cosa abbia più valore tra i mille difetti e pregi descritti. Non tutta l’erba fa parte dello stesso fascio insomma, costerebbe troppo, ed è giusto che si cominci a distinguere tra libertà d’espressione e indecenti discussioni sul mezzo voto mancante.

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