Mad Maestro & Vexx

2 mar 2008 di

Mad Maestro & Vexx

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MAD MAESTRO
Mad Maestro non colpisce immediatamente. In fin dei conti è un bene.
Stereotipato come un rhythm game dell’era post-parappiana eppure musicalmente coraggioso, il biglietto da visita del titolo Desert Productions genera un misto di disinteresse e compassione. L’ovvia reazione di fronte alla percepita banalità estetico/strutturale e ad una prevedibile scarsa resa al botteghino. Ma, si scriveva, “è un bene”. Non frastornati da ricchi premi, cotillon e brani galvanizzanti ma di poca sostanza, si apprezzano infatti le sottili e incisive varianti nelle meccaniche di base. A dispetto delle apparenze, siamo di fronte a un discepolo di Masaya Matsuura dotato di personalità.

Se c’è qualcosa che Mad Maestro fugge è la faciloneria musicale. Scegliendo di evitare la strada delle canzonette usa e getta per addentrarsi nel territorio della musica classica, gioca una mano rischiosa, con stile. Questo è il luogo della solennità, di evoluzioni sonore complesse, di arie anche immediate ma mai banali. Ed è il luogo del del Dual Shock 2, il tramite attraverso cui lo stanco universo dei giochi musicali privi di periferiche o pre-Harmonix si apre a nuove emozioni. I tanto sbeffeggiati 256 livelli di pressione vengono destati dal torpore per flettersi alle esigenze delle variazioni nell’intensità sonora proprie della musica classica. Il solito canovaccio di pulsanti da premere a tempo viene rinnovato dal dover interpretare con il giusto vigore la partitura, che in coppia con la saltuaria necessità di coinvolgere, tramite i tasti direzionali, determinate sezioni dell’orchestra, rimuove l’astrattezza che grava sui consimili. Così vestire il tight del Von Karajan della situazione infonde immedesimazione, infonde controllo.

Nelle 34 tracce è racchiuso un best of delle hit del XIX secolo. Brahms, Mozart, Grieg, Strauss… Mad Maestro mitiga l’ignoranza ed espone la vergogna, perché sì, quella non è la musichetta del circo ma L’Entrata dei Gladiatori, quella non è la melodia della pubblicità degli assorbenti ma il quarto movimento della Nona Sinfonia. E in questo moto di acculturamento e appropriazione musicale il titolo, nella sua umiltà di pretese videoludiche, diverte quel che basta. Intrattiene ad elevato volume. Solenni, commoventi, ilari, le storie dipinte sullo sfondo – sporcate giocoforza dai simboli dell’interfaccia di gioco – donano movimento e sottolineano la qualità della performance, ma la star rimane sempre la musica, e l’illusione di controllo che Mad Maestro restituisce. Poco importa che alcuni timbri risultino pericolosamente sintetici, perché il cuore è altrove, veleggia su una qualità di scrittura che nemmeno una versione a cappella potrebbe deturpare. Mad Maestro è easy gaming e lo è fino in fondo. Fin nella sua difficoltà e fin nella sua longevità potenzialmente limitata da uno schema di gioco che, in fin dei conti, è innegabilmente scheletrico. Conscio di ciò gioca la carta della diversificazione, elargendo minigiochi simpatici, volutamente dal fiato corto: uno Space Invaders in chiave mozartiana, una gara di paperelle meccaniche à la Tchiakovsky, un proto RPG in salsa Rossiniana…. il tutto modificando quanto basta la meccanica principale. A volte con successo, altre meno, sempre con genuinità e una buona dose di autoironia.

Mad Maestro è lontano da essere un capolavoro, anche se ambirebbe alla memoria dei posteri ben più di altri rhythm game, eppure come Gioco di Merda è perfetto. E’ perfetto per il cestone delle offerte. E’ perfetto perché slegato dal prezzo pieno sa offrire le sue qualità senza doversi sobbarcare aspettative esagerate. E’ perfetto perché è un pezzo di software fatto di cuore e cervello. E allora la struttura intelligente ma non originale, il coraggio musicale e il rachitismo estetico sono metafora di un prodotto piccolo che mai avrebbe potuto ambire al successo in occidente ma che ha comunque tentato, per cadere, anche, sotto il peso di una richiesta pecuniaria inadeguata. Sono metafora di un piccolo pezzo di metallo nobile, più rame che oro, sepolto sotto chili di giochi di merda.

VEXX
Vexx colpisce immediatamente. Non è un bene.
Attraente come un parcheggio di periferia e curato come un cesso pubblico, l’aspetto estetico del titolo Acclaim Austin mischia texture da PSone e colori crepuscolari, dipingendo una tela indubbiamente di bassa qualità, eppure non scevra di qualche elemento di rilievo. La profondità di visuale, anche tenendo conto di un minimo di pop up, è invidiabile. Scalare i picchi più alti e osservare il mondo circostante può togliere il fiato: sciami di comete solcano il freddo spazio che abbraccia lo scenario, cascate ciclopiche scheggiano rocce che hanno presenziato alla nascita del tempo, scheletri levigati dalla sabbia pontificano isole fluttuanti nella desolazione. Se c’è qualcosa che Vexx, inaspettatamente, fugge è la facile allegria che permea il genere platform, seppur facendolo in chiave favoleggiante. Questo è il luogo della malinconia, di voci straziate dalla tortura, di popoli sterminati e delle cadenzate movenze del protagonista, possente e cattivo quanto lo splendidamente decadente Raziel. Assistere alle mosse con cui Vexx martoria i ripetitivi e poco ispirati avversari infonde esaltazione, onnipotenza.
Per tutta l’atmosfera possibile, in continua lotta contro un comparto estetico e una fluidità globalmente insufficienti, Vexx inciampa e cade nell’ingessato manierismo con cui sono affinate le sue meccaniche di platform con influenze action-adventure. Gli antagonisti sono sparuti e poco interessanti, le piattaforme dislocate in modo prevedibile, le missioni degne di una catena di montaggio… miscelare una tale insipidità al frame rate scostante e alla telecamera troppo spesso in imbarazzo significa non solo cucinare una portata indigesta ma impattare sulla tollerabilità dell’esperienza, rendendo ancor più ardua l’esasperata mole di salti. Si sbaglia esageratamente per errori solo parzialmente ascrivibili alla propria scarsa performance e, quando mancare un appiglio implica imbarcarsi punto e a capo dall’inizio della missione, c’è ben poco di cui rallegrarsi.
Così si affoga nella noia, nel dejà vu. Quando finalmente ci si imbatte in un colpo di genio si sarebbe portati a considerare Vexx meritorio di dedizione, ma il buono che si erge dal liquame viene presto sommerso dall’onda lunga di una realizzazione penalizzante. E allora il piccolo Vexx che accende una console gigante, che salta su un telecomando gigante per sintonizzare il giusto canale su un altrettanto gigante televisore, il piccolo Vexx che si issa su un roccosiffredico joystick per giganteggiare e vincere ad un elefantiaca versione di Breakout è metafora non solo di grandi idee in un paesaggio desolante, ma anche di un prodotto troppo piccolo per lottare contro i suoi limiti e rendere giustizia alle scintille di creatività che lo attraversano sporadicamente. Similmente, quando ci si imbatte nell’interessante maxi puzzle all’interno della dimora stregata; o ancora, quando si viene traslati all’interno di una collezione di quadri, appoggiandosi sulle forme disegnate, disgiunti dalla “realtà reale” per muoversi in una più simbolica ma sostanzialmente efficace… in casi come questi si vorrebbe che le pennellate di genio fossero riproposte in titoli di altro calibro, per dar loro la cornice che meritano. Perché Vexx, purtroppo, non ne è capace.
Evidentemente l’alchimia per creare un “comune” platform con influenze action-adventure non è così semplice da replicare. Vexx lo impara a proprie spese, fallendo nell’intento di risultare interessante, concretizzando invece noia e qualche spunto da ricordare. È il vorrei ma non posso, è un prodotto degno del cestino delle offerte. Un prodotto che, a malincuore, può essere bollato come Gioco di Merda.

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