Burnout Paradise
Ogni episodio di Burnout porta sempre qualcosa di nuovo. L’ultimo, che trovate recensito a pagina 013, segna una svolta decisiva per l’intera serie, che abbandona la vecchia rigida struttura per migrare entro i confini di un’intera città, la già celebrata Paradise City. In questo inizio di primavera, l’ingresso alla Città del Paradiso è un assaggio di calda libertà. Quale occasione migliore, dunque, per fiondarsi all’ascolto di un soundtrack chiassosamente intriso di rock e leggerezza?
E chiassosamente leggera, questa collection di brani, lo è senza alcun dubbio. Non che ci si debba aspettare qualcosa di differente, dalla colonna sonora di un racing game votato all’ultraspettacolo e all’overdose di adrenalina. La selezione di brani e artisti, che comprende ben 40 pezzi – mole dunque proporzionata alla vastità di Paradise City – è praticamente il sunto perfetto di tutto ciò che chiunque si attenderebbe di sentire in un episodio di Burnout. E se da una parte suona come un pregio, dall’altra, per chi tra una derapata e uno scontro frontale ha pure tempo di tendere l’orecchio, può risultare un tantino noioso…
Tra rock vecchio stampo, un pizzico di grunge, una spruzzata di elettronica, qualche inno alla melodia metal e tanti sorrisi al pop punk più orecchiabile e insipido, la colonna sonora di Burnout Paradise è la conferma che ci spettavamo, ma che non ci lascia poi così entusiasti. Si presta bene all’ascolto quel nucleo ristretto di brani culturalmente più rilevanti del resto, messi insieme con apparente taccagneria dai responsabili del soundtrack di Criterion: la prima scaglia di tale nucleo è la scontata Paradise City di quei vecchi roditori dei Guns ‘n’ Roses, che pure scricchiolando regge l’ascolto (e l’esperienza) senza grossi sbuffi. Rock ‘n’roll d’annata, invecchiato abbastanza bene se si sopporta il vocalizzo stridulo di Axel Rose e le schitarrate pompose di Slash e compagni. Seguono, a ruota, i Depeche Mode vecchia maniera di Route 66 e gli Alice in Chains di Would, uno dei pochi pezzi autenticamente grunge della raccolta. Si va avanti con le spacconerie di Epic dei Faith No More, per giungere addirittura i Jane’ Addiction di Stop e, dulcis in fundo, ai Soundgarden e alla loro Rusty Cage. Qualche altro brano con un po’ di storia è presente, ma in sostanza il nucleo “ascoltabile” della raccolta sta qui.
Il resto è una sfilza di nomi che ai più diranno poco e nulla: Brand New, Bromheads Jacket, Kerli, Mexicolas, Make Good Your Escape, Operator, Permanent Me, Saosin, Sheether, The Photo Atlas. Band impegnate sul fronte comune del rock, spesso sfumato al punk o al metal, ma sempre e comunque teso alla banalità e alla facile melodia. Qualcosa che può andar bene come sottofondo a sgommate e colpi di clacson, ma che difficilmente reggerà un ascolto autonomo dall’esperienza fulmicotonica del gioco. Sorprende, ad ogni modo, la latitanza di nomi storici del punk rock quali NOFX, Bad Religion, Rancid, Offspring, PennyWise, Satanic Surfer e chi più ne ha, che avrebbero bene equilibrato la superficialità di questa raccolta aggiungendo incontestabile verve e tanta buona melodia a cento all’ora.
Vale la pena citare, tra gli altri, l’unico pezzo elettronico che abbia qualcosa da dire, ovvero Cities in Dust di Junkie XL, in un remix di Glimmers. Brano forse più in linea con le atmosfere cyberpunk di Wipeout e soci, ma certamente benvenuto in un panorama simile di rock all’acqua di rose. Sound un po’ da ragazzine finte ribelli: è appunto Avril Lavigne, con il peggio del suo peggio – ovvero Girlfriend – a “chiudere” moralmente questa voluminosa raccolta. Puff, pant, groan…
Per correre in auto contromano a 200 all’ora c’è di meglio, converrete. Per allietare le proprie orecchie c’è infinitamente di meglio, sarete d’accordo anche qui. Con la possibilità di ascoltare la musica che si preferisce, le nuove console rendono questa Burnout Paradise OST in fin dei conti trascurabile, seppure non priva di qualche sano e adrenalinico slancio.




















