Billy Hatcher & Shadow the Hedgehog

2 gen 2008 di

Le due anime di Sonic Team: la pizza alle verdure e il dirigibile marrone

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Billy Hatcher and the Giant Egg è la prova che c’è stato un tempo, dopo i primi disastrosi risultati della SEGA senza più i numeri per produrre hardware, in cui Sonic Team ha provato a fare qualcosa che non fosse direttamente riconducibile all’abusato universo del riccio blu. Per carità, lo stile di character ed enemy design e alcuni tratti di game design – quali i livelli “a tubo” e i tratti a percorrenza veloce – distinguono anche questo gioco, come tutti quelli dei Sonic 3D e anche il vecchio e caro Nights. Meccaniche di gioco semplicistiche e una certa schizofrenia del sistema di controllo costituiscono anche qui un marchio di fabbrica, così come i colori pastello e l’orgia di creature pelose e più o meno improbabili che fanno da contorno al protagonista vestito da pollo. Eppure Billy Hatcher non vuole abbandonarsi all’inconcludenza tipica del game play di gran parte della produzione 3D di Sonic Team. Vuole invece, con azzardo ma senza arroganza, tentare l’amplesso con una filosofia molto diversa, quella di Nintendo e del suo Mario. E non v’è dubbio che vi riesca, sotto vari fattori. 1) Per quel che riguarda la struttura di gioco: una manciata di livelli, divisi in missioni, aventi come fine la raccolta di particolari emblemi (funzionalmente analoghi alle stelle di un Mario 3D), che aumentando di numero aprono la via ai livelli successivi. 2) Per la varietà di gioco, qui rappresentata da missioni spesso – non sempre – diverse tra loro, che tentano nel loro piccolo di sfruttare il semplice design dei livelli per offrire un divertimento costante. 3) Per la varietà del game design, fondato sulla manipolazione di uova giganti grazie alle quali Billy è in grado di prodursi in una varietà di azioni speciali – come salti e spanciate, attacchi “a boomerang” e quant’altro – e usufruire dei poteri di alcuni preziosi animaletti, che vomitano fuoco, ghiaccio e scintille, divenendo essenziali per la risoluzione di alcuni passaggi.

Billy Hatcher è una specie di Mario in miniatura, dove le piccole dimensioni però non riguardano solo i livelli o la manciata di ore necessaria a completarli tutti, ma anche la caratura dell’esperienza tout court. Del resto, Sonic Team non ha mai dimostrato particolari doti nel creare i suoi giochi, e quel che funzionava nei vari titoli dedicati a Sonic si è dimostrato praticamente fine a se stesso. E comunque, non era nemmeno nelle loro intenzioni rivaleggiare con Mario (a meno che non fossero usciti di testa), e nel loro piccolo, per citare Videogiochi, hanno sfornato una bella pizza con qualche simpatica verdurina qua e là. Una pizza che avrete trovato sugli scaffali dei vari Game Stop a pochi euro, ma che per l’alone da GdM avete sempre evitato: dateci un morso la prossima volta. Una manciata di euro li vale eccome.

Shadow the Hedgehog è la prova che c’è stato un tempo, che in parte perdura tutt’ora, in cui a SEGA fregava meno di niente di rendere godibili i propri giochi e si dava invece da fare per cogliere i peggiori trend del momento e ad essi affidarsi come sul filo di un rasoio. Non altrimenti si spiega l’orrore videoludico che Sonic Team partorì con questo Shadow the Hedgehog, che dietro un protagonista e un brand (semi)nuovi avrebbe dovuto rilanciare l’universo del porcospino blu, non più in auge da tempo (ma, fino a Sonic Heroes, ancora divertente).

Non si spiega altrimenti perché, all’impianto di gioco buggato e criticato di Sonic Heroes, non solo non furono apportate migliorie di alcun genere, ma al contrario si ebbe lo sfrontatezza di presentare un prodotto ancora peggio carrozzato, con un sistema di controllo più viscido e insidioso che mai e un circuito di telecamere sempre più sbilenco. Per non parlare poi dei drammatici cali di frame rate che affliggevano soprattutto la versione PS2, una delle tante novità negative del prodotto, o dell’abbozzata story line che tentava nel modo peggiore di aggiungere valore ad un’esperienza irritante.

Ma la cosa peggiore, quello che dimostrò il marciume della SEGA dell’epoca in modo lampante, fu la scelta di dotare il protagonista di tutta una serie di armi da fuoco, che avrebbero dovuto variegare in qualche modo un gameplay di suo vecchio e fallato. In ciò c’era la strizzata d’occhio al successo delle meccaniche action dei fortunati Ratchet&Clank, da una parte, e quella più malefica alla fama planetaria delle volgarità di Grand Theft Auto, dall’altra. Fu ovviamente sulla facciata di quest’ultimo prodotto, che si concentrarono gli sforzi della SEGA assatanata dell’epoca. La campagna pubblicitaria insisté nel mostrare l’istrice rossonero in sella ad una motocicletta dal design realistico, con in mano fucili e pistole dall’apparenza estremamente realistica.

Shadow era il lato oscuro, del resto: un design più cupo e deprimente (in tutti i sensi) caratterizzò ogni aspetto del gioco, dall’estetica alla struttura dei livelli. Le meccaniche subirono la sudditanza del nutrito armamentario a disposizione del riccio, fondandosi spesso su scontri a fuoco di una banalità e piattezza disgustose. I problemi tecnici fecero il resto. Non solo un gioco mediocre, ma proprio un gioco di merda.

Sebbene pure il successivo tentativo di dar nuova vita all’universo di Sonic (Sonic the Hedgehog per PS3 e 360) sia da dimenticare, è probabilmente Shadow il fondo del barile in cui Sonic Team ha grattato per un bel pezzo. Totale mancanza di idee, attenzione nulla per la qualità del prodotto, priorità ad una campagna promozionale stomachevole. Vi sarà capitato, sugli scaffali di un qualche Game Stop, di trovare qualche copia di Shadow the Hedgehog a pochi euro. Non ci pensate neanche. Compratevi un trancio di pizza alle verdure e fate finta che Shadow the Hedgehog non sia mai esistito.

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