American Dad – Dungeon & Wagons

2 gen 2008 di

Quando American Dad si fa raccontare i videogiochi

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Dungeons and Wagons, episodio 205 di American Dad, è il lato oscuro di quel Make Love Not Warcraft di cui abbiamo parlato nello scorso numero. Disinformato, banale e schiavo di ogni clichè di questo universo, l’episodio si limita a parlare di videogiochi per sentito dire, senza attenzione ai particolari e stando bene attento a rimanere sempre comprensibile per ogni telespettatore, soprattutto per quelli che di videogiochi senza Panariello non hanno mai sentito parlare. Il risultato è un tentativo maldestro, mal riuscito, che non fornisce altro se non una visione distorta e immaginaria (come se ne sentissimo la mancanza) del mondo videoludico e dei rapporti umani ad esso legati. Come al solito, è consigliabile visionare l’episodio in questione prima di proseguire l’articolo, visto l’alto contenuto di spoiler di queste righe.

La prima anomalia è messa in scena alla comparsa di Steve (il figlio più piccolo della famiglia) nella cucina di casa. Il ragazzo è accompagnato dai suoi tre più fidati amici e continua ad impartire loro ordini assurdi, come fosse un bulletto qualsiasi di quartiere: cosa ancora più strana, considerata la natura di “sfigato” dimostrata dal ragazzo nel corso della serie. L’arcano è però presto svelato. Tutto il rispetto che Steve si è guadagnato è dovuto all’abilità esagerata del suo alter ego virtuale, Agathor, nel gioco Dragon Scuffle. Questo miscuglio di potere tra avatar ed essere umano sarà pure credibile per una Nicole Kidman qualsiasi, ma non per un videogiocatore che sa distinguere le puttane di GTA da quelle su Youtube.

Dopo aver mostrato con fierezza, all’ex ragazzo della sorella, un Dragon Scuffle dalla grafica imbarazzante – forse adatta per uno SNES (o un Wii…), Steve decide che è arrivato il momento delle banalità e spiega in modo deciso e sicuro perché da quattro anni sta dedicando ore della sua vita a quel gioco, tanto da diventare “il guerriero più pericoloso dell’intero reame di Krathnor” (ahimè, manca il gatto da accarezzare sulle gambe). Così, quando Jeff gli chiede se così facendo non gli sembra di perdersi momenti importanti della sua vita, lui risponde senza esitazioni: “Vedi, nella vita mi va spesso da schifo ma quando sono Agathor ci sono solo vittorie”. Videogiocare per avere una vita migliore, questa è la morale, peccato che nessuno possa ammirare le mie belle chiappe bastonate, e comunque divertite, dopo una bella serata online.

Probabilmente il momento peggiore. Dimostrazione lampante che la sceneggiatura è stata scritta più da qualche appassionato di libri game o giochi di ruolo da tavolo che non di videogiochi. La sorella di Steve decide di combattere l’arroganza del fratello uccidendo il suo Agathor, e lo fa, su consiglio del pesce rosso. Ma questo non sarebbe un problema, con la goffa semplicità di un Hiro Nakamura contro Sylar. Si iscrive al gioco, infila un paio di mutandine ad una bella ragazza digitale e abbatte il fratello pronunciando il suo nome al contrario: “rhotaga”. Morto. Quattro anni di level up e qualche milione di dollari spesi a bilanciare il passaggio delle classi in un WOW qualsiasi e tutto quello che serviva per diventare forti era un rebus da settimana enigmistica. Patetico. Io lo guardo e mi indigno. Mi madre lo guarda e pensa: “a che cazzate gioca mio figlio?”

No, probabilmente è questo il momento peggiore. Tralasciando che le avventure ora siano descritte con una grafica cartoonesca/fantasy che poco ha a che vedere con il videogioco iniziale (probabilmente, lasciando loro il beneficio del dubbio, si vuole rappresentare più la fantasia dei giocatori che non il videogioco stesso, ma la cosa non è comunque chiara), è la rappresentazione drammatica e fatale della morte di Agathor che cozza come uno Zebinà sui cassonetti con la realtà dei fatti. Chiunque abbia solo sentito parlare di MMORPG sa che nessuno muore per davvero. Chiunque con un minimo di buon senso capirebbe che non è possibile pagare tot dollari al mese per ritrovarsi improvvisamente con un cadavere caldo nel proprio salotto. Chiunque, non American Dad, che invece celebra la morte del personaggio come un avvenimento senza ritorno (o quasi) con le vittime di Steve nel mondo reale che improvvisamente possono sentirsi liberi dall’ingombrante potere di Agathor.

In ben due momenti dell’episodio c’è uno spiraglio di luce, tra tanta superficialità. Di fronte alla minaccia apparentemente invincibile di Boss giganti e crudeli, prima Steve e poi Jeff spiegano che – “c’è sempre una via d’uscita in questi giochi” – dove “via d’uscita” è il modo più banale e terra terra possibile per descrivere la possibilità di uccidere il nemico. Ed ecco quindi che in una umida caverna di un mondo fantasy, compare una bombola esplosiva che sembra messa lì apposta per sconfiggere quel Boss. Brividi, una battuta riuscita in tanta desolazione. Poi vabbè, l’amuleto che ridona la vita ad Agathor va inserito come una supposta, terribile caduta di stile in cotanta approssimazione, ma il peggio è passato, episodio finito.

Se ci sono politici che potrebbero parlar con più cognizione di causa di te di videogiochi, significa che non hai fatto bene il tuo lavoro. Dungeons and Wagons non riesce a prendersi gioco del mondo videoludico e, forse, non riesce neppure a far ridere sfruttando l’opinione che Rutelli ha degli stessi. Brutto, brutto, brutto.

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