Il valore del videogioco

2 gen 2008 di

Il valore del videogioco

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Qualche giorno fa, sbocconcellando Super Console 100, un paio di righe dello speciale sui cento numeri mi hanno particolarmente colpito. Niente di che, si rilevava l’ardore dei lettori innanzi al voto assegnato a Final Fantasy VIII, un tiepido – per l’epoca – 82%. Il voto in realtà era frutto di un refuso editoriale, ma prima che l’equivoco fosse chiarito la redazione deve aver ricevuto numerose lettere di protesta. Facile notare l’analogia dell’episodio con quanto successo di recente su Game Pro, dove le votazioni errate apparse in calce alle recensioni di Mass Effect e Call of Duty 4 hanno ancora una volta innescato polemiche su votazioni e giudizi: chi banalmente contesta la validità o giustezza di questo o quel voto, chi ne approfitta per chiedere l’implementazione dei mezzi voti, chi all’opposto auspica una loro definitiva sparizione. Niente di nuovo, insomma.

Niente di nuovo, ed è questo il punto: il fervore e la puntualità con cui gli appassionati sanno discutere di voti e giudizi è sconcertante, significativo. A me pare di scorgervi il riflesso costretto di un sentimento molto più profondo, più forte. Un sentimento che ha a che fare col valore, in senso assoluto, di un’esperienza. Per la precisione, con la gelosa difesa di un’esperienza fondante, impossibile da oggettivare ma altrettanto impossibile da lasciare alla mercé della pubblicità, del pensiero comune. Qualunque vero appassionato di videogiochi sa quanto essi abbiano influito sulla sua vita, sulle sue scelte, lungo tutto il corso della sua esistenza. Al pari di qualunque altra passione, del resto: solo in modo diverso, perché a quella passione si deve anche la diversità che ci ha cucito addosso, per tanto tempo, e che ancora oggi fatica a svanire. Insomma, quel valore è doppiamente caro a qualunque amante del videogioco, la sua difesa doppiamente urgente. Non passa giorno in cui non ci sia un videogiocatore, in chissà quale 3D su chissà quale forum, che sbraita e s’arrabatta nel tentativo di difendere il suo gioco preferito dalle accuse di chi, per un motivo o per l’altro, da quel prodotto non è rimasto conquistato. Difendiamo un valore, spesso, difficile da condividere. Ma lo difendiamo, sempre e comunque, imperterriti.

Allora mi domando, spero senza retorica: il videogioco ha un suo valore oggettivo? Dando per scontato che la risposta sia affermativa, segue a ruota: in che modo è possibile cogliere, se esiste, questo valore assoluto e tangibile?

Sinceramente dubito che l’odierna diffusione del medium possa costituire una valida risposta. Il VG è sdoganato ed emancipato quanto volete, ma resta sempre un gioco, un divertimento come un altro, agli occhi della maggior parte della gente. Non ha granché valore neanche come feticcio tecnologico, laddove 400 euro per una console appaiono un’assurdità per il 90% dei non giocatori, mentre la stessa cifra per un cellulare alla moda resta comunque un investimento. Allora, dove sta la risposta?

Mi viene in mente la musica, in primo luogo. Mi vengono in mente le sonorità oscure ed affascinanti, talvolta lancinanti, dei dischi di un genio come Akira Yamaoka. Brani nati e cresciuti non autonomamente, ma in simbiosi con il tessuto ludico e narrativo di un pugno di videogiochi. Brani che ritraggono in musica sentimenti e significati che appartengono ad un’esperienza videoludica, ad un videogioco. Brani che chiunque goda di un minimo di sensibilità artistica non può non apprezzare, sappia egli o meno da dove provengono. O anche, in egual modo, penso a The Best is Yet to Come. Penso alla sua potenza e bellezza, a come nasca sul terreno di malinconia e ineluttabilità e forza e serenità che distinguono il finale di Metal Gear Solid. Quante persone si stupirebbero, dopo aver ascoltato un brano simile, sapendo che è parte di un videogioco?

Recentemente, mi ha colpito una scena particolare del bellissimo I’m a Cyborg but that’s Ok, di Park Chan-wook: la protagonista Young-goon, in pieno delirio, sogna di avere dei mitragliatori al posto delle mani e uccide chiunque le capiti a tiro nella casa di cura in cui è ricoverata. È significativa una precisa sequenza, ambientata nel giardino della clinica: un piano sequenza a camera fissa, con inquadratura a volo d’uccello e Young-goon che deambula come l’omino di uno shooter vecchio stampo, abbattendo i bersagli che le si parano davanti. E tutto intorno quei colori pastello e quel mondo irreale da platform game Nintendo: non un semplice omaggio al videogioco, ma qualcosa che ha a che fare con la più pura espressione di stile.

Forse ho trovato la mia risposta. In quelle pieghe della cultura, intesa in senso antropologico, dove usi e costumi confinano con la sensibilità umana, il VG sa manifestarsi – anche se indirettamente – e valere di per sé in modo legittimo. Forse accade più spesso di quanto non crediamo: nella musica (penso a tutti quei gruppi che basano il loro stile sulle sonorità spartane dei vecchi videogiochi); negli audiovisivi, forse persino nella letteratura. Dove la sensibilità umana reagisce al videogioco, più o meno disincarnato, il videogioco manifesta il suo incontestabile valore.

E così abbiamo risposto a quanto dato per scontato all’inizio: il videogioco ha valore oggettivo. E, aggiungerei, vale la pena lottare per esso.

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