Odin Sphere
C’è qualcosa di estremamente erotico nella grafica bidimensionale. Le granitiche erezioni che mi si inalberano quando vedo schermate di giochi come Odin Sphere si possono spiegare solo così. E non perché sono un retrogamer di merda: sono semplicemente uno che considera i videogiochi un’emanazione della (superiore) cultura giapponese, e niente è più caratteristicamente giapponese dei cartoni animati.
Il nuovo prodotto di Vanillaware è infatti uno di quei titoli che tengono gli occhi incollati allo schermo anche quando si cede il pad ad un’altra persona e si assiste in disparte.
E’ a quel punto che i particolari a cui non si presta attenzione quando ci si deve concentrare a scansare frecce infuocate, si rivelano nella loro innumerevole moltitudine. Fondali che scorrono su più assi, panorami da graphic novel di Charles Vess, colori accesi e accostati con un gusto impeccabile, animazioni dettagliate per ogni movimento, tanto del drago di fine livello quanto del più insignificante dei troll.
Questo è esattamente ciò che mi aspettavo da Valkyrie Profile 2. La differenza è che mentre il seguito del titolo Tri-Ace non è visivamente degno del suo precedessore, Vanillaware ha dimostrato di averne imparato la lezione, mettendo a frutto i punti forti di quel gioco tanto settario e cercando lo stesso tipo di pubblico, laddove Square-Enix ha tentato un approccio più vicino ai gusti della “plebe” (con un 3D orribile), fallendo miseramente.
L’interpretazione dei miti nordici, comunque, è ancora più libera di quella di Valkyrie Profile:
Odin è diventato Ordyne e le valchirie non vanno in cerca di anime di guerrieri. I personaggi respirano vita propria, in un intreccio che per complessità supera persino l’rpg di Tri-Ace. Unico neo: il tono della storia, più rilassato rispetto a Valkyrie Profile, privo di quella cappa di malinconia e pessimismo che avvolgeva le vicende di Lenneth, tanto da concedersi diversi momenti comici ed esagerare con quelli romantici.
Tipicamente nipponica è la cura delle espressioni linguistiche, con personaggi che assumono toni shakespeariani e si producono in metafore forbite, mentre altri usano parlate sgrammaticate e termini più rozzi. Le loro peculiarità sono poi enfatizzate dalla fenomenale prestazione dei doppiatori giapponesi, che a differenza di quelli americani non si somigliano mai uno con l’altro e non si lasciano intimidire da copioni dove c’è da gridare a squarciagola o recitare con la voce spezzata dal pianto. Quando un drago di Odin Sphere parla, le vibrazioni dell’impianto stereo arrivano fino al pavimento.
Sorprendentemente, a differenza di molti titoli di questo tipo, il gioco non seduce solo i sensi. Molti prodotti bidimensionali odierni di Nippon Ichi, di Gust, di Flight Plan, tendono ad offrire sistemi di combattimento o strategici che sono tutt’altro che immediati: si deve sostanzialmente imparare da zero un intero glossario, perché è sempre tutto uguale ma chiamato in modo diverso, dopodichè si deve imparare come alzare il livello di esperienza dei personaggi, come equipaggiarli, quali abilità possono usare. Fatto questo ci si trova di fronte mappe interminabili e spesso sempre uguali (difetto che ha anche Odin Sphere), una lista enorme di oggetti da collezionare, e una quantità terrorizzante di subquest. Non ci si sente mai di progredire, come se si ripartisse continuamente da zero.
Odin Sphere offre un sistema di combattimento immediato (si usano DUE tasti); un sistema di equipaggiamento semplicissimo (si può indossare un SOLO oggetto); e un sistema di creazione di pozioni per ripristinare i punti ferita e la potenza (gli unici DUE punteggi della scheda del personaggio), basato sulle possibili combinazioni tra cinque soli tipi di frutta. Fine. Questo è tutto quello che serve per completare il gioco. Il resto è questione di affinare le tecniche di combattimento dei cinque personaggi (ognuno si usa in modo leggermente diverso) e imparare a gestire con efficienza l’inventario, per produrre pozioni sempre più potenti.
Il compito del giocatore non è quindi imparare mille terminologie e completare inutili collezioni, ma capire in che modo utilizzare un personaggio per fargli raggiungere il pieno delle sue capacità: in sostanza non è il personaggio che cresce di esperienza, ma il giocatore. Tant’è che al massimo livello di difficoltà (Thriller) i punti ferita non possono essere aumentati: una volta che si sa qual è il metodo più rapido per battere ogni tipo di avversario e come combinare le pozioni per potenziare l’arma di cui si dispone, la vittoria non è più questione di HP o EXP ma di capacità, coordinazione e tempismo.
Il che può rivelarsi un problema insormontabile, per colpa di un motore di gioco che se anche è sorpassato dal punto di vista grafico, è decisamente attuale dal punto di vista dei rallentamenti. In un titolo come questo, dove la precisione nel momento in cui si colpisce e la rapidità di risposta dei comandi sono assolutamente fondamentali, un motore grafico che scatta, pur se in modo sporadico, è un difetto inammissibile. Il perché l’autore abbia lasciato correre un fattore tanto letale, per il battle system da lui stesso creato, resta imprescrutabile.
Esatto, l’Autore. Odin Sphere è il prodotto degli sforzi di molte persone, ma una su tutte merita il plauso di chi apprezza e apprezzerà il gioco: Joji Kamitani. E’ suo il gusto nel design dei fondali, dei personaggi e dei caratteristici mostri, come è suo il concept di gioco immediato e accessibile a chiunque.
Questo suo lavoro testimonia la superiorità dei giapponesi sotto ogni aspetto: i loro giochi sono migliori, i loro cartoni sono migliori, i loro doppiatori sono miglori. Difficile credere che si tratti delle stesse persone che comprano le mutande sporche delle liceali, che dormono in camere-capsula e che hanno dedicato a Tom Cruise una festa nazionale….[8]
Genere: Action rpg
Piattaforma: Ps2
Softco: VanillaWare
Publisher: Atlus
Versione: Jap
Multiplayer: No





















