Del Nintendo Wii…

2 dic 2007 di

…e di questa gran fatica che è il videogiocare

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Oggi ho ordinato altri dieci devkit del Nintendo Wii per la mia ditta. E fin qui tutto bene. Tranne i tempi di attesa, ma quella è un’altra storia. Tutto bene, dicevamo, perché la ditta inizia a farsi conoscere, la grana inizia a entrare regolare, e i partner internazionali iniziano a fidarsi di un italiano fra i dirigenti di una società scozzese. Non è facile, per una compagnia indipendente di controllo della qualità come la mia, rimanere a galla al giorno d’oggi. Io, con grossa grattata di coglioni, pare ci stia riuscendo, ma il Wii ce la sta mettendo proprio tutta per rovinarmi la giornata.

La console Nintendo ha funzionato, e sta funzionando, su diversi livelli. Se ascoltassi solo il mio lato da videogiocatore incallito non avrei di che lamentarmi, dopotutto l’abbiamo gridato noi agli otto venti che ci serviva questa rivoluzione. L’altro lato, però, quello professionale, cinico e perennemente disconnesso, guarda il telecomando Wii, afferra il Nunchuk, indossa – mi raccomando – il laccetto, e non può non pensare ai mesi di gavetta spesi su titoli EyeToy. Gli stessi finiti direttamente nel bargain bin. Non sto neanche scoprendo il bidet, che il Wii sia spesso smascherato come l’ennesimo gimmick al servizio dell’industria, di quelle trovate che dovrebbero attirare quell’inesauribile massa di non-videogiocatori là fuori, è una realtà che rimbalza da parecchio tempo da un opinionista all’altro. Ma il Wii sa essere ben più bastardo della telecamera Sony. È qui per restare.

Aprendo una nota squisitamente personale, io al Wii non riesco più a giocarci. Mi fanno male le braccia al solo pensiero. Chiudo subito la parentesi personale, però, poco importa che stia prendendo polvere nel mio ufficio, ben più grave è che lo faccia sulle scrivanie dei miei tester. Oggi a casa – tra virgolette – malati, domani davanti al sottoscritto per minacciarmi di levare le tende e, quasi peggio, di denunciare la ditta ai medici dell’NHS (National Health Service, ovvero l’equivalente della vostra usl… asl… ausl, o qualsiasi cosa abbiate adesso). Anche qui, l’inventore del bidet può fare sogni tranquilli. Non a caso, infatti, era la stessa cosa che volevo fare io dopo due intense settimane a sventolare braccia per Sony. Ma se l’EyeToy non decollerà mai, se non per una nostra distrazione, il Wii tira come un certo qualcosa che, se troppo lungo, dovrebbe essere bandito. Se non di più. E dove tira il mercato, la mia ditta deve pure andare, più povera di dieci dev-kit Wii, e con una nuova campagna acquisti personale a gravare sul bilancio di fine mese.

Ci vogliono settimane, quando non mesi, per preparare come si deve un nuovo arrivato. E giusto quando lo hai finalmente convinto che “testare” e “giocare” sono proprio su due vocabolari diversi, ecco che viene pagato per gesticolare peggio di un turista italiano alla fermata del double decker. Proprio come uno scherzo, un gioco è bello quando dura poco. L’euforia iniziale si tramuta ben presto in altri sintomi, il più vistoso fra questi è l’ascella pezzata. Il meno vistoso è una scaltra occhiata alle procedure per richiedere un sick day il giorno dopo, e lo sgancio del proprio curriculum su qualche sito di accalappia cani aziendali. Neanche ricordarli quanto sia deprimente testare giochi per i settantadue modelli della Nokia li riporta sulla retta via. Ingrati.

Basterebbe giusto un po’ di olio di gomito in più, il pane di ogni buon tester, ma spiegatelo voi a questi studenti universitari che vengono a lavorare qui part-time, che mi si presentano alla porta con gli occhi di chi non ha capito nulla di cosa lo aspetti. Spiegaglielo te, Nintendo, piuttosto, perché io la penso esattamente come loro. Seppur in criminale ritardo, giusto oggi mi immergevo in Okami e mi stupivo di quanto fosse comodo dipingere con la levetta analogica destra del controller di Sony. Un collega mi passa a trovare, sbircia, e si chiede come ci possa anche solo essere voluto così tanto per decidere di far finire sul Wii questo signor gioco della defunta Clover. “Mah…” è quanto di più cortese ho da rispondere.

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