Super Mario Galaxy
Super Mario Galaxy è ciò che non ti aspetti: un Mario buddista. Scansando infatti l’evidenza che il poligoname a schermo sbatte in faccia con sfavillante disinvoltura, è palese come il tema portante non sia la gravità bensì la reincarnazione.
E’ una rinascita, il doppio carpiato all’indietro compiuto da Miyamoto e Koizumi. In Super Mario Galaxy batte il cuore bidimensionale del platform. E’ più “Bros.” che “64”, più “New” che “Sunshine”. Nonostante la miriade di idee elargite in ogni stage con frequenze da fratelli Abbagnale, il ritorno alle fondamenta del gameplay salterino è più radicale persino rispetto ai livelli classici dell’isola Delfina. Ci sono momenti in cui tutto si potrebbe giocare su un semplice piano bidimensionale, e così infatti è. Nintendo non manca l’occasione per ri-colonizzare un terreno lasciato a fabbricar gramigna per troppo tempo e reincarna schemi ludici sbeffeggiati e abbandonati frettolosamente dalla next generation di un paio di lustri fa. E li rinverdisce.
Super Mario Galaxy è ciò che non ti aspetti: un Mario induista. Scansando infatti l’evidenza dell’interesse generale verso l’implementazione (parzialmente farlocca) di nuovi strumenti di controllo, è palese che tra temi portanti, trama principale, circoli astrali del libro, doppi-giri-pochi-regali al comando del fratello sfigato e rimodellazioni di aree storiche, è ancora la reincarnazione a stagliarsi come leit motiv strisciante dell’esperienza. In particolare, è il racconto a svestirsi di modernità, riappropriandosi del suo corpo precedente. Super Mario Galaxy ha una storia, anzi ne ha due, ma entrambe sono prive di narrazione nel mondo di gioco. Lo svolgersi della striminzita (e anche poco curata) trama principale avviene attraverso tre scene di intermezzo situate all’inizio, nel pre-finale e nel finale: praticamente è abbozzata e poi relegata in frigo, per essere servita fredda e poco digeribile. I tentativi maldestri di Sunshine sono stati rimossi con un altrettanto maldestro colpo di spugna, quello che invece è stato mantenuto è la capacità di delineare il proprio universo attraverso pochi personaggi e scarsi monologhi dislocati con perizia. Le comparsate dei Toad, le impertinenze dei pinguini tropicali, le uscite dei tenerissimi sfavillotti sono il collante di ambientazioni eterogenee, quasi disorientanti per volubilità: contribuiscono a rendere vivo e pulsante anche il più remoto angolo di spazio siderale, donano umanità a un titolo che perde parte della sua accogliente paciosità scegliendo di ambientare la sua storia nel vuoto cosmico e, in un classico utilitarismo nintendiano, forniscono informazioni senza risultare tediosi tutorial, frammentando raramente l’azione. E poi la chicca: l’angolo delle fiabe. Una storia commovente e delicata, da un lato una resa nei confronti della narrazione interattiva, dall’altra un trionfo di stile e sentimento pregno di tanto sano citazionismo.
Super Mario Galaxy è ciò che non ti aspetti: un Mario ferroviere. Scansando infatti l’evidenza di un’apparente sensazione di libertà, il parto EAD impone di seguire le sue rotaie. Non essendo però un Pandemonium qualsiasi si inventa l’ossimoro videoludico: un gioco lineare, quasi 2D, ma con una dimensione in più. La tridimensionalità e mezzo della Galassia è spesso un’illusione, eppure dai tempi di Descent raramente si era stati così in pieno controllo dell’intera spazialità. Mario non conosce Battiato, o perlomeno non ne condivide le ambizioni. Un centro di gravità permanente è tutto fuorché una realtà alla quale vuole aderire. Lo sfasamento continuo dei punti gravitazionali è il quid ludico, il cardine strutturale su cui ruota l’esperienza di gioco. I minipianeti, di cui la maggior parte delle galassie è composta, ridefiniscono la logica del videogame: le Colonne d’Ercole non esistono più, il limitare di un corpo celeste è “semplicemente” la via d’accesso all’altro lato dello stesso. In un colpo solo EAD rinfresca il territorio del platform e si affranca dai suoi intrinseci limiti nella terza dimensione. Sbagliare un salto non è più morte certa, ma ribaltamento di prospettive. E’ testimonianza della freschezza di questo approccio che i livelli pre galileiani risultino essere i più stantii e che spesso debbano ricorrere, come già fece Sunshine con lo spruzzino/jet pack, ad espedienti quali Mario Ape per evitare eccessive frustrazioni dovute ad errate interpretazioni degli spazi tridimensionali e conseguenti cadute nel vuoto. Un globo è quindi quello che la geometria definisce. E se è di acqua è attraversabile in lungo e in largo, se c’è un buco si tratta di una scorciatoia pacmaniana, se si salta in lungo si rischia di tornare al punto di partenza, se si calcia un cocomero con sufficiente vigore questo può essere intercettato dal campo gravitazionale di un altro corpo celeste; se il designer lo stabilisce quella freccia blu indica la direzione della forza di gravità. Così ti trovi con il sotto a destra, la destra in alto e via in senso antiorario, con telecamera e controlli che fanno gli straordinari per star dietro a tutto il delirio che ne consegue, fallendo molto meno di quanto si sarebbe portati a pensare.
A tratti, però, è proprio il “vecchio” Mario 3D a mancare. Un gioco dovrebbe essere analizzato solo per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse, eppure si fatica a scrollarsi di dosso la sensazione che incanalando in un tunnel la giocabilità si sia persa la piacevolezza di esplorare. Scovare strade alternative, mettersi alla ricerca di un elemento per poi inciampare in una sotto quest, immergersi in essa e dimenticarsi l’obiettivo primario per raccogliere invece 100 monete… in Galaxy “action-adventure” è una termine monco. Pur condividendo lo stile grafico e alcuni passaggi, i livelli di ciascuna galassia sono unici e non danno spazio a deviazioni di sorta. Non si ha la possibilità di imparare a conoscerne gli anfratti. La sensazione di appartenenza e familiarità con la quale si girava per Bob-omb Battlefield o Delfina non trovano posto nel nuovo Mario. Il ritmo è più elevato, si è sempre frullati in un macchinario perfettamente oliato, a tratti autocompiacente e pirotecnico, ma il rischio concreto è quello di ritrovarsi più con sensazioni che veri ricordi, più palline in un flipper che esperti esploratori. Quando entrano in scena alcune comete viola si capisce che, per quanto si sia guadagnato in eccellente giocabilità, qualcosa lo si sia lasciato indietro. E’ in questi momenti che ci si accorge che i mondi di un tempo si imprimevano in testa come brillanti cartoline, laddove i trip sincopati di oggi sono collezioni di piccoli, splendidi aneddoti di game design.
Per quanto Mario sia diventato religioso e “altro” dal suo recente se stesso, rimane in ogni suo singolo pixel un prodotto Nintendo. Levigato come un parquet, restituisce la sensazione di un’esperienza indistruttibile, dove ogni elemento è stato posizionato con una conoscenza dello sviluppo del gameplay che nessuno sa meglio interpretare, non piegabile a logiche qualitative diverse dall’eccellenza: non una sbavatura, non un poligono fuori posto. Mario Galaxy, più di ogni altro suo predecessore, si staglia al vertice della solidità estetica e strutturale. C’è una comprensione delle dinamiche interne all’azione ineccepibile. Il ritmo di gioco è capace di tamburellare delicatamente per poi rullare di prepotenza. Un attimo si è pacificamente immersi in un mondo bucolico ai comandi del sonnacchioso Mario Ape, quello dopo si viene sbalzati da stella a stella su un tappeto di esplosioni ed effetti speciali. Quando il saltare diventa debordante Koizumi si ricorda delle peculiarità del telecomando, offrendo diversivi che, manta surfing a parte, richiederebbero di essere sviluppati in un titolo a sé stante per quanto sono capaci di divertire. Lo pseudo Super Monkey Ball, in particolare, è forse l’esperienza più tattile e appagante sperimentata su Wii fino ad oggi. E se di ritmo si parla il lato musicale non può essere dimenticato: perfetto, come tutto il resto, nel servire l’azione, sempre capace di nascondersi quando è il momento per poi deflagrare evidenziando gli eventi più rilevanti. Un arrangiamento finalmente orchestrale arricchisce la timbrica, mentre l’adattabilità dei bpm rincorre l’italico baffo nel suo scorrazzare tra i livelli.
Oltre a “reincarnazione”, c’è un altro termine che riecheggia in questo scritto: ritmo. Perché Mario è materia fluida, è movimento continuo. Ogni cosa in Galaxy, soprattutto nella ritrovata anima bidimensionale, aderisce a tale principio. Lo show non si ferma mai. Per vocazione quasi ogni livello è un’istigazione alla speed run e se non è l’imposizione di scovare al volo un tragitto tra una marea di piattaforme mobili, allora è il bombardamento di idee mai completamente nuove ma così ben realizzate e proposte come se fosse normale mostrarle per un attimo e poi sottrarle, come se ci fosse sempre di meglio, sempre altro, tanto da far impallidire qualsiasi multi evento del passato. Galaxy è il figlioletto che scarta la montagna di regali ricevuti a Natale. Non è capace di concentrarsi sull’adesso perché ha la mente proiettata sul dopo, sul nuovo che avrà solo un attimo per assaporare prima di passare alla sorpresa successiva. Col tempo ritornerà sui suoi passi, approfondirà, ma sempre con la frenesia di chi vorrebbe inondarti di tutto quello che ha ricevuto. Una torrenzialità che gioca a favore della nuova massa di casual gamer inseguiti dalla casa di Kyoto. Bastano una manciata di minuti per recuperare una stella. L’esperienza di frammenti di gameplay è sempre alla portata di un break preserale. Che l’impatto estetico di Mario, tecnicamente pregevole ma troppo astratto per essere subito assimilato, non sia miele per il giocatore occasionale è solo un piccolo scoglio superabile con due minuti due di Wii Remote in mano. Perché Super Mario Galaxy, in fin dei conti, è quello che ti aspetti: un’orgia di qualità salterina sopraffina. Una piccola rivoluzione di design che non porterà un’onda lunga di epigoni come fece Super Mario 64, ma che ugualmente costituirà uno tsunami capace di alzare il livello di aspettative che d’ora in poi richiederemo alla prossima esperienza giocosa. In un periodo così ricco di gemme video ludiche non è poco.[9]
Genere: Platform
Piattaforma: Nintendo Wii
Softco: Nintendo EAD
Publisher: Nintendo
Versione: PAL
Multiplayer: 2





















