Benvenuti a Polywood

2 dic 2007 di

Synthespian in vendita – venduti!

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La notizia iniziò a trapelare alla fine del secolo scorso. In quel di Hollywood era in cantiere un film in cui gli attori in carne ed ossa sarebbero stati irriconoscibili dalle loro rispettive controparti poligonali. Ma per quanto sarebbe bello poterlo fare, non stiamo parlando del futuro come fosse oggi, perché per quanto uno si sforzi di immaginarselo, sarà sempre il quotidiano a stupirci di più. I synthespian di Project 880, infatti, non sono fantascienza, sono un sogno che il regista James Cameron tiene chiuso in un cassetto dal 1996. Avatar, questo l’altro titolo associato al medesimo progetto, non ha ancora visto la luce a causa di una certa arretratezza tecnologica, ma se il testardo regista di Titanic assicura che si farà, si farà. E quando accadrà, il mondo dei videogiochi non sarà più lo stesso.

Per pura coincidenza, sempre nel 1996, un’archeologa faceva salto carpiato nel panorama videoludico. La locandina di Tomb Raider spavoneggiava un “featuring Lara Croft” che solo un domani potrebbe assumere il giusto significato precursore. Il concetto che un’icona virtuale si prestasse al titolo, e non viceversa, era rivoluzionario ieri quanto oggi, volendo lo era ben più dell’esperienza ludica stessa. Storpiando questo concetto quanto basta, possiamo re-inventarci la scena: la signorina Croft, annoiata celebrità britannica, una mattina riceve una chiamata dal suo agente, due settimane dopo si trova a vestire i panni di un’archeologa e a partecipare alle riprese del colossal Tomb Raider. Tutto questo non è mai accaduto, è impossibile oggi, figurarsi nel ‘96. Ma è forse impensabile?

Per un’altra utile coincidenza, sempre nel 1996, veniva pubblicato il romanzo Idoru, di William Gibson, erede di quel Neuromante che tanto fece per la scena cyberpunk: questa volta usciamo dallo sprawl e troviamo una storia d’amore fra il dio della chitarra Rez e Rei Toei, massima esponente della scena musicale giapponese. Ma lei non esiste, è un synthespian, un simulacro digitale creato solo per fare musica. Un intreccio di codici binari che rimpiazza la carne e le ossa, ma di fattura tanto pregevole da risultare da esse indistinguibile, arrivando a fare innamorare di sé un umano. Sebbene seminato nell’orto della pura fantascienza (ma pur ispirato alla contemporanea Kyoto Date), il seme rivoluzionario germoglia, e l’utopica invasione degli attori virtuali (vactor) accenna ad abbandonare la carta. Negli anni, precedenti e a venire, troviamo altri esempi nel campo dell’animazione, con la Sharon Apple di Macross Plus, e in quello videoludico, con la Reiko Nagase della serie Ridge Racer, fino ad arrivare, nel nostro secolo, al cinema. Facciamo entrare Aki Ross, prima donna di Polywood.

Il colpo decisivo alla Hollywood dei capricci sarebbe potuto andare a segno nel 2001. Con l’imminente arrivo delle sale di Final Fantasy: The Spirits Within, iniziano a trapelare i primi rumour che vedrebbero il character model della protagonista, Aki Ross, impegnato in altre produzioni analoghe, o addirittura in mezzo ad attori in carne ed ossa. Non a caso, lo stesso cast di Spirits Within viene visto interagire con il vero staff del film in uno degli spezzoni allegati alla versione DVD. Polywood muove i suoi primi passi, i synthespian sono pronti a rivoluzionare l’industria cinematografica. La bella Aki, inoltre, viene votata al numero 87 fra le “Hot 100” della rivista Maxim, prima e per ora unica persona ‘inesistente’ ad entrare in classifica. Ma ormoni a parte, The Spirits Within floppa ai botteghini, troppo americano per i giapponesi e troppo giapponese per gli americani. Gli europei, come sempre, non contano. Polywood si prepara allora ad un lungo letargo, rialzando il sopracciglio per il passaggio di una certa Simone.

Dal genio creativo di Gattaca e The Truman Show, Andrew Niccol, arriva una commedia satirica sul panorama hollywoodiano, dove a seguito dell’ennesimo capriccio della protagonista femminile, il regista Viktor Taransky le preferisce un’attrice virtuale. Nonostante la pellicola verrà probabilmente riscoperta con il senno di poi, nel 2002 è ancora troppo presto e gli attori “veri” preferiscono riderci sopra, anziché preoccuparsi. Con l’insuccesso ai botteghini di S1m0ne, Hollywood può aggiungere un’ulteriore tacca sulla sua lancia, ignara che la nemica Polywood stia ultimando il suo cavallo di Troia, ovvero Avatar. Sulle migliori spiagge d’Egeo, a Natale, di qualche anno più in là.

La parentesi cinematografica termina in un vicolo chiuso per lavori in corso. Come tornare allora in ambito videoludico? Non in modo particolarmente elegante, né indolore: con Jet Lee Rise to Honor, nel 2003. Qui abbiamo un protagonista che ha le sembianze fisiche dell’attore stesso, la sua voce, ma ha un nome diverso ed è chiamato a recitare una parte differente. Come in un film, con tanto di titoli di coda finali che gli attribuiscono il ruolo: cosa già tentata nel 1998 con Apocalypse, dove il ruolo di protagonista andò al sinthespian di Bruce Willis. I risultati di tali esperimenti non sembrano aver fatto venire voglia a nessuna software house di ripercorrere la medesima via. Tranne Capcom, che nel 2004 inserisce Jean Reno e Takeshi Kaneshiro insieme nel suo Onimusha 3. Difficile dire se la software house di Osaka faccia però testo, si sa, sono matti da legare. Ma la storia si ripete sempre, e spesso rivede i suoi errori. Via allora le controparti digitali di attori reali, che a canalizzare le vendite siano direttamente le meteore di Polywood, o le più costose IP sul mercato videoludico. Abbiamo appena trovato l’anello mancante.

Quanto è credibile che un character model originale, o synthespian, possa assumere ruoli diversi da un gioco all’altro? Un personaggio interscambiabile, perché no, esistono già diverse cameo videoludiche: ad esempio, Dante in Shin Megami Tensei: Lucifer’s Call e in Viewtiful Joe. Dipende, piuttosto, da che strada prenderanno i videogiochi nei prossimi decenni. Stando alla tendenza odierna, ‘fotorealismo’ sarà un bel bullet point ripassato a penna nei briefing di fin troppe software house. Ci sarà bisogno di così tanti investimenti che difficilmente, una volta creato, l’attore virtuale potrà permettersi di essere usa e getta. Se oggi abbiamo un Mario per ogni disciplina sportiva che non sia il cricket, perché stupirsi tanto se un domani avremo Gordon Freeman come inaspettato nemico di fine livello, con buona pace di chiunque lo vedesse bene solo in ruoli “da buono”? Certo dovrà parlare, in futuro, starà allora al suo agente trovare l’attore giusto, magari non abbastanza foto-igienico da ottenere quanti script vorrebbe, ma dalla voce inconfondibile. Proprio così, seppur virtuale, attore rimane, e come tale avrà bisogno di qualcuno che gli scelga i ‘copioni’ e ne curi le relazioni. Se siete convinti che sia pura follia, vi risparmio il prossimo paragrafo sull’estetista personale.

Storpiando questo concetto quanto basta, possiamo immaginarci la scena: La signorina Ross, annoiata celebrità americana, riceve una mattina una chiamata dal suo agente, una settimana dopo si trova a vestire i panni di un’investigatrice privata e a partecipare alle riprese dell’ultimo colossal di David Cage.

Se allora per una serie di fortuite coincidenze, nel 1996, il concetto di Polywood iniziava molto metaforicamente a pagare il suo bel mutuo sugli immobili, è ragionevole ipotizzare che un domani avrà saldato il suo debito. E quello stesso giorno, ad anni ed anni di distanza dalla premiere di Avatar o dall’uscita di Xbox 1080, saremo tutti invitati al suo esplosivo house warming party. Ricordatevi solo di portare il Martini, ed il pacemaker.

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